lunedì 19 dicembre 2011

Un biellese a Londra. Considerazioni ciclistiche

Cari CicliLovers, lascio lo spazio a Marco, nonchè ricercatore, collega, amico e "ciclovettadipendente" che molti di voi hanno avuto il piacere di conoscere qualche post fa.
Grazie Marco!


Sabato 10 Dicembre - Volendo evadere dal caos milanese ed andare oltre, per una volta, le amatissime montagne così tragicamente "pelate" in questo atipicissimo autunno-inverno 2011, ho seguito le orme di generazioni e generazioni di turisti e commercianti, poeti ed emigranti, esuli e perseguitati: son tornato nella bella Londra. Quattro stupende giornate trascorse con gli amici più cari e con mio fratello, ormai ivi residente e pronto ad offrire lo straordinario spettacolo di imprecazioni e fraseggi piemontesi nel bel mezzo della District Line, innanzi alle costanti e misteriose chiusure delle singole fermate, nel sottosuolo londinese.

A prescindere da tutto il resto (Londra, come certo saprete, è una città fantastica: immensa, aperta per spazi, giardini, culture e mentalità, ricca e sempre sorprendente), vorrei proporre qualche semplice considerazione ciclistica, maturata durante la pedalata milanese di stamani.

Primo, Londra è invasa dai ciclisti; il profano (ovvero io) direbbe anzi che un londinese su due viaggi abitualmente sui pedali. Considerando i dodici milioni di residenti nell'area urbana, è qualcosa di notevole; ed avviene in ogni stagione, con qualsiasi condizione meteo.

Essendo ricca di ciclisti, Londra propone un tessuto sociale e lavorativo molto più "a misura di ciclista" di quello milanese. Anzitutto, impiegati e manager non trovano strano veleggiare fino al posto di lavoro in bicicletta, farsi una doccia in ufficio e rientrare nei panni borghesi fino a sera; secondo mio fratello alcuni manager della sua azienda lasciano sette completi in ufficio per poter comodamente pedalare da e per il posto di lavoro. Il che implica una palestra aziendale, o quantomeno uno spogliatoio fornito di docce.

I ciclisti londinesi non vengono bersagliati dal fronte di odio e livore degli automobilisti milanesi, anzi. Senza voler generalizzare (ho sentito qualche reciproco F**k you! agli incroci) l'automobilista britannico è al corrente dell'esistenza dei ciclisti, convive con questa consapevolezza e non trova strano dover condividere con loro la carreggiata. Non imbestialisce, non inchioda apposta a due centimetri dal ciclista, non suona il clacson, non lampeggia per i pochi centimetri di spazio che il ciclista gli sottrae sul bordo della strada.

Quasi tutte le strade, e tutte le strade principali, hanno la loro brava pista ciclabile o uno spazio per le biciclette, a volte ristretto, sul bordo. A volte i grandi bus a due piani devono invadere questo spazio per le loro complesse manovre ma, a parte ciò, le strisce o piste ciclabili restano sgombre. Non sono invase da automobili parcheggiate o da stupidi suv con le quattro frecce lampeggianti, ad indicare che il proprietario sta comprando sigarette o sorbendo un bel Negroni.
Sorprendentemente, i britannici negano l'accesso ai ciclisti in quasi tutti i parchi principali di Londra - perlomeno a Hyde Park, Regent's Park, Kensington Gardens. Si notano grandi scritte No Cycling al suolo. In effetti, in molti parchi è vietato far quasi tutto, tranne che transitare; guai a dar da mangiare a scoiattoli o piccioni, a giocare in modo "invasivo", a lasciar sporcare i cani.

I ciclisti britannici, forti di una evidente cultura più aperta e sviluppata della nostra, indossano tutti indumenti ben visibili, di solito giacche o giubbotti tecnici di color giallo o verde brillante, quasi fosforescente, e fasce riflettenti alle caviglie. Oltre alle luci anteriore e posteriore, sfoggiano una impressionante gamma di altri punti-luce di sicurezza: sul caschetto (indossato dalla maggior parte dei ciclisti che ho visto), sugli spallacci dello zaino, sul retro dello zaino, al collo. Questo consente di vederli a grande distanza e con chiarezza.

Avendo subito intuito l'ovvia intelligenza di tutto ciò, ho acquistato una night-vision jacket di marca Altura presso l'ottimo e fornitissimo Evans Cycles di Tower Bridge, in Tooley Street, rimediando al precedente windstopper Salewa dal brillante colore nero. Ora, se non altro, sarà difficile sostenere di non avermi visto; la giacca lascia per qualche secondo, a guardarla, una confortante chiazza retinica.

Ultimo appunto di viaggio, i ciclisti londinesi sembrano prediligere in maggior parte le biciclette da corsa, con freni verticali. Alcune di gran marca, altre a me sconosciute, quasi tutte fornite di portapacchi posteriore.

Incredibile a dirsi, nessuno trova strano o rischioso legare la propria bicicletta con sottili catenelle (che a Milano attirerebbero orde di malintenzionati, giusto per solleticare l'amor proprio del ladro di biciclette) lasciandovi appoggiato il caschetto. Ho verificato: non è chiuso con lucchetti, bensì solamente legato mediante la clip, proprio come quando viene indossato.

Infine, le biciclette esposte nei negozi sono normalmente di fascia alta, in quanto a prezzo: è raro vedere esemplari in vendita al disotto delle 500-600 sterline, mentre la maggior parte sembra essere più cara, perlomeno nei negozi che ho visitato.

In sintesi, uno scambio culturale ciclista-ciclista che mi ha colpito ed offerto nuovi spunti di sopravvivenza, utili per questo inverno milanese. Ora, ringraziando l'amica Laura per lo spazio che mi ha concesso, vi saluto - la giaccagialla e la bicicletta mi attendono.


"London Calling" - The Clash

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