lunedì 23 gennaio 2012

Le confessioni di un pedone pentito

Dopo un venerdì mattina qualsiasi, uno statement ricorrente di Marco ha preso forma nell'aria: "Lau, non ne posso più della metro, mi manca la bici.."
Sorridendo come capitava ogni volta dopo lo stesso commento, ho chiesto a Marco perchè ha deciso di adottare la bici come mezzo di spostamento nella frenetica metropoli milanese. Inoltre gli ho chiesto perchè ha aspettato qualche anno prima di convincersi che poteva essere il mezzo migliore per avvicinarsi al cuore di questa città..
Ammetto, in quanto amica, nonchè collega/compagna di banco di non essermi permessa più del dovuto a dissuaderlo dalle sue abitudini. Ognuno ha i suoi tempi e forzare terzi a seguire quello che per me è ideale è stato spesso controproducente. Infatti, a grande sorpresa, un giorno mi ha chiamato Marco per comunicarmi una sua grande decisione che vi racconterà brevemente di seguito.. Grazie Marco!

E' la sera di venerdì 20 gennaio 2012, l'improvvisa impennata delle temperature che mi ha accompagnato dalla Lombardia accarezza anche il Biellese, qui all'ombra delle montagne.
La mia amica Laura ha chiesto di buttar giù qualche riga, nel fine settimana, per il suo blog: non è difficile trovarne lo spunto dopo questa settimana di tempo dapprima freddo e quindi stranamente temperato, comunque sempre bello e dunque ampiamente ciclabile. Una settimana che ha visto anche l'avvento della "Zona C" a Milano, con l'improvviso ed apprezzabile crollo del traffico nella cerchia interna dei Bastioni, comodamente osservato dal mio sellino: improvvisamente, una volta superato il Cerchio Magico, decresce l'orgia rombante di motorini, SUV, camion e motori vari, sotto l'occhio benevolo dei ghisa tremanti per il freddo. Nessun colpo di clacson a frustare la mia pedalata, niente lampeggiare di fari a maledire il mio passaggio, nessun insulto o sgasata tamarra ai semafori da parte delle auto asserragliate ad incudine, per non farmi passare prima di loro, all'arrivo del verde.

Niente scatti di rabbia da parte di altezzosi professionisti in ringhiose berline, 3000 benzina, modello fate-largo-ghe-pensi-mi. Niente dita alzate da stilosissime matrone ingioiellate, incollate al cellulare in curva e convinte di avere ancora trent'anni, a bordo di Smart schizofreniche.

Nessun sfioramento ai limiti dell'abbordaggio da parte di trendyssime Mini guidate dai cloni di Lapo Elkann e Philippa Middleton - l'ultimo che mi ha fatto il pelo indossava perfino i guantini da pilota scamosciati, stile Mille Miglia, oltre ai Rayban alle sette e quarantasette di mattina.

Nessun possente clacson d'avvertimento da parte della lucida calandra di mostruosi SUV germanici alti due metri e ottanta, guidati da biondissime quarantenni alte un metro e sessantuno, lanciate ad ottanta km\h nella sacra missione di scaricare i biondi pargoli al San Carlo o al Parini.

Silenzio, tram ed autobus, qualche rara vettura spaurita, altri ciclisti.

Nel mio piccolo mondo ciclistico, il sindaco Pisapia ha realizzato un colpo degno di Harry Potter.

Non dovendo più paventare risse e tentativi di omicidio, all'interno dei Bastioni (e solo lì) posso godermi il piacere della pedalata. Il vento, le piccole gobbe dell'asfalto e della vecchia pista ciclabile di Viale Gadio, la luce filtrata dagli alberi del parco dello Sforzesco, la scia sottile delle mie ruote Vittoria lasciata martedì mattina sulla galaverna che imbiancava il suolo.

E' strano considerare come il singolo ed ormai raro tragitto in metropolitana mi sembri strano, fuori luogo, esageramente prolungato. Come ogni suo piccolo disagio (l'affollamento, la maleducazione sempre creativa della gente, il calore eccessivo ed appiccicoso) sembri decuplicato, dopo quasi nove anni di vita infrasettimanale milanese; eppure dovrei esserci abituato.

Pochi mesi di bicicletta hanno profondamente mutato la mia prospettiva, ed è questo che Laura si chiedeva: come fosse cambiato il mio modo di vivere Milano, dopo tanti anni da insofferente pedone metropolitano. La risposta è semplice e complessa allo stesso tempo.

Semplice, perché mi trovo certamente meglio: a prescindere dall'esercizio fisico e dal senso di libertà offerto dalla mia due ruote, a prescindere dall'innegabile e costante risparmio monetario che la neobattezzata Markbike The Second mi consente, io mi diverto. Le mattine più fosche ed inquinate, le giornate più tese e schizofreniche in ufficio non possono nulla al cospetto di venti, trenta minuti sui pedali; e la montagna mi ha pazientemente insegnato quanto sia importante il fattore psicologico, al di là dell'attrezzatura, del meteo, della preparazione fisica, dell'alimentazione e di mille altri fondamentali fattori. Perché il corpo è una macchina perfetta, perché gli indumenti tecnici e l'attrezzatura di oggi consentono all'alpinista una sicurezza di progressione e degli exploits stupefacenti, ma tutto parte sempre dalla mente - Chi sono?, cosa sto facendo quassù?, perché mi sto sottoponendo a questo devastante abuso?, perché non sono a letto al caldo con la mia ragazza?, quanto dista ancora il rifugio?, ci saranno crepacci anche qui?, e via dicendo: un sottile, incessante dialogo interno che ti tiene all'erta, che ti protegge e ti avverte, che ti riporta a valle dai tuoi cari.
Andare in bici a Milano non è troppo diverso dall'alpinismo, pur se in un mondo ed in una dimensione di quota, spazio, velocità e tempo differenti. Occorre curare l'attrezzatura ma è pur sempre la mente che ti porta avanti, che ti fa uscire quando fa freddo e ha appena smesso di piovere, che ti allerta e protegge, che ti fa compagnia nel buio e nel gelo oltre caschetto e maschera.
La parte complessa della risposta che posso dare a Laura è più profonda, più antica. Nemmeno io la conosco bene. Il dilemma è semplice: in fondo, è una vita che pedalo.

Per tanti anni, quando non ero impegnato in qualche escursione o ascensione, ho inforcato la MTB (ovviamente, Markbike The First) lanciandomi a Mascognaz, da casa mia a Champoluc. Giusto per digerire. E poi, tante incursioni montagnine nel Biellese invernale, terra stupenda per chi ama la mountain bike, offrendo ogni tipo di terreno, dal deserto della Baraggia alle colline, dai boschi della Serra alla montagna. Quante domeniche sopra Oropa!, quanti giri persi tra Viverone, Roppolo e casa del diavolo. I cinghiali nella Baraggia, le gasìe nella Bessa, i paracadutisti sui trasporti-truppe ed i carri armati, il ghiaccio infido nel Brianco; c'è scappato perfino un libro.

Ma allora, perché tanto improvviso piacere da quella che, tutto sommato, è solamente un'altra bicicletta? Perché durante le vacanze di Natale, con tutto ciò che ho avuto di bello e piacevole, ho sentito la mancanza del mio fedele mulo milanese?

Mia cara Lau, amica mia, credo sia un motivo antico e profondo, difficile da comprendere alla luce del giorno e nei tempi compressi che ci impone questa vita attiva, a volte frenetica, in una città dove è tanto difficile restare onesti e soprattutto fedeli a sé stessi, prima ancora che agli altri. Vedi, il fatto è che vivo e lavoro a Milano ormai da tanti anni, quasi nove. Quasi un decennio che è coinciso con l'apice della mia vita adulta, il giro di boa della laurea specialistica e dell'assunzione, il lavoro arrivato come colpo di timbro finale e sospirato sul certificato Sì, ora sei grande, indipendente, autonomo, un bravo ragazzo adulto e consapevole. Che cammina con le sue gambe e usa la sua testa, che mangia e vive grazie a ciò che combina, che ha sviluppato istinti e passioni, preferenze ed antipatie. Che magari ha rovesciato sedie e battuto il pugno sui tavoli, che ha perso e trovato amicizie ed appoggi, e che tuttavia oggi sta bene e si concede svaghi e ricerche, viaggi e nuovi stimoli, che vive ed è libero di rincorrere ciò che ancora non ha conquistato.

In tutto questo, la bicicletta si è imposta come il nuovo simbolo di qualcosa di grande: una ritrovata e nemmeno mai sospettata libertà. Ti guardavo pedalare indomita per venti chilometri da Peschiera Borromaus, Lauretta, ricordi? All'arrivo ti brillavano gli occhi e ti invidiavo, ma non al punto da dire Beh, dopotutto so pedalare anch'io, perché non comprare una bicicletta e seguirne l'esempio?

Mi seppellivo nell'infoiata, sudata bolgia sotterranea per sbucare a due passi dalla Fondazione, odiando ogni nanosecondo del viaggio, contanto i minuti e sbirciandomi nel nero sfondo del vetro imbrattato, tra colpi di tosse, gomitate e trolley. E pareva odiosamente normale, un po' come le tasse, l'inquinamento, la fame nel mondo.

Un bel giorno, e precisamente venerdì 26 agosto 2011, il pedone non ancora pentito viene folgorato sulla strada di Damasco. Bam; te l'ho già raccontata questa strana storia. Il giorno dopo inizierà la lunga salita alla Roccia Nera, un grande e selvaggio Quattromila che ricorda la prua di una corazzata della Grande Guerra, e senza un motivo apparente sento che acquisterò presto una bicicletta, per usarla a Milano. Il bello è che non mi stupisco nemmeno, nel contraddire anni ed anni di solida, pragmatica prudenza sabauda, nel rinnegare torride metropolitane e sordidi marciapiedi. Prendo il largo, e via.Il resto vien pedalando.

Mi hai chiesto perché, e cosa sia cambiato, Lau. La risposta complessa è in parte questa, una somma di ricordi ed idiosincrasie, di colori e strade sommate nel sentirmi meglio, nel vivere Milano in una dimensione più libera, più matura e più veloce che, forse, non avrei potuto gustare appieno se fosse intervenuta prima - ai tempi del triennio, ai tempi della specialistica, nei primi anni come tuo collega. Forse ci voleva il suo tempo, perché rabbia, tensione ed insofferenza si caricassero al punto giusto per innescare questa voglia di libertà e corsa, questo piacere sordo e pieno nel superare file di torpedoni in grado di toccare i 200 km\h ed invece costantemente spiaggiati in chissà quale coda. Il piacere di deviare su nuove strade e di sbirciare ogni tanto il mio muletto, al sicuro alle nostre spalle in ufficio, sapendo che la sua stalla contiene la promessa di una nuova corsa.

Forse, semplicemente, non ero pronto per conoscere ed apprezzare prima tutto questo. Non è solo sport e nemmeno un modo alternativo e non inquinante di andare al lavoro, non è un mero prendersi cura di un'attrezzatura e riceverne in cambio la stessa attenzione; è molto di più.

E', forse finalmente, vivere a Milano. Non solamente lavorarci. O sopravvivere.
Forse è molto di più, ma non ho ancora pedalato a sufficienza per capirlo.

Un abbraccio, amica mia, e buona corsa!

2 commenti:

  1. accidenti, Marco: è proprio vero che in bici sai quando e dove parti ma non quando e dove arriverai!

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  2. Siete bellissimi entrambi e...grande Marco per questa testimonianza:)
    Io la bici d'inverno proprio non la considero un piacere ma lo è dalla primavera all'autunno, posso capire come sia fastidioso prendere i mezzi e infatti per me è una sofferenza nei mesi da pedone:P
    Continuate così tatini miei:)
    Svi

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